MARLENE KUNTS

marlene Kuntz web
18/07/2008 21:30
18/07/2008 23:30
LIVE-ON Fortezza da Basso / Firenze
Ingresso: 
Posto unico ingresso euro 10 + d.p.

ono stati per anni una band di culto, con unristretto ma affezionatissimo pubblico. Oggi i Marlene Kuntz sono una realtà del rock italiano, riconosciuta un po'da tutti, come confermano anche i successi di vendite dei loro ultimi lavori.Ma Cristiano Godano e soci non hanno rinunciato ai loro"comandamenti", cercando di coniugare il noise-rock degli esordi con una forma canzone più accessibileal grande pubblico. 

Più giovani di Csi e Afterhours, i Marlene si sono dimostrati capaci di incarnarele ansie e le sofferenze della nuova generazione alternativa, che li ha elettia loro guru, un po' come era successo precedentemente con i Cccp. Un ruolo nelquale il gruppo non sembra però trovarsi a suo agio, "perché" - diceCristiano Godano, chitarrista e cantante - qualsiasi creazione artistica deveessere slegata da messaggi e consigli su come comportarsi". 
Il nucleobase dei Marlene Kuntz nasce da un'idea di Riccardo Tesio e Luca Bergia, che inquel di Cuneo, ancora adolescenti, si aggirano tra le mura della stessa scuola.Inizia così la ricerca del cantante, che porta alla scelta di Cristiano Godano(che suonava nei Jack On Fire). 

Nel giugno del 1989, i primi concerti. Risalea quel periodo la nascita del nome Marlene Kuntz. Nell'inverno tra il 1989 e il1990 la band realizza il suo primo demo. Poi ne seguono altri due, ma sempresenza esito. Nell'inverno tra il 1992 e il 1993, dal momento che non accadenulla, decidono di fare un ultimo tentativo dopodiché, in caso d'insuccesso,avrebbero rimesso tutto in discussione, con la concreta possibilità disciogliersi. Sembra questo il loro destino finché, nel giugno del 1993, su"Rockerilla" esce una recensione molto positiva del loro terzo demo:"Grande rivelazione i Marlene Kuntz da Cuneo, un travolgente impattoelettrico, sciabolate di suono che fendono i migliori tratti del rock estremoitaliano; finalmente i gruppi italiani cominciano a cantare nella madrelinguain modo convincente ed efficace. Se l' Ep di prossima uscita manterrà lepromesse di questo nastro avremo tra le mani un disco dell'anno." Larecensione e un insieme di circostanze favorevoli cambieranno tutto e dall'ideadi un mini-cd i Marlene Kuntz passeranno alla realizzazione di un album. 

Arrivacosì nel 1994 Catartica,disco-rivelazione del nuovo rock italiano, capace di mescolare inni al rumore elievi melodie, rabbia post-punk e lirismo boemienne. Basti ascoltare l'ouverture di "M.K.", con il suo suono corposo eabrasivo, l'irata "Festa mesta", la sardonica "MerryX-Mas", la desolata "Canzone di domani" o il riff al fulmicotonedi "Sonica" (destinata a divenire uno dei loro cavalli di battaglianei concert). Ma il climax emotivo del disco è la struggente ballata di"Nuotando nell'aria", con una melodia irresistibile e un crescendofinale da brividi. I Marlene Kuntz diventano i portabandiera di un nuovo rockitaliano, livido e lancinante, fortemente influenzato dal "noiserock" dei luminari Sonic Youth.

Il passo successivo li vede invece rimarcare la loro inquietudineesistenziale con Il vile, quasiil frutto di un'implosione del gruppo nel proprio dolore. L'arrivo del nuovobassista, Dan Solo, di estrazione metal, incide sul sound dei Marlene, che sifa ancora più plumbeo e duro ("Cenere", "Overflash"). Nonmancano comunque le ballate alla "Nuotando nell'aria", da "Comestavamo ieri" (altro futuro inno del gruppo) a "Ti giro intorno".Ma i vertici dell'album sono da rintracciare soprattutto nell'ode scomposta di"Ape regina" e nelle distorsioni al cardiopalmo di"L'agguato". 

Il successivo mini-cd Come di sdegno prosegue sulla stessa falsariga, mescolando lampidi rabbia e sofferte introspezioni. Una dicotomia ben espressa dall'iniziale"Aurora", in cui la dolczza del suono si sposa a un testoparticolarmente crudo. E se "Questo e Altro" sfoggia un inconsuetoprofluvio di campionatori, la traccia conclusiva, "La vampa delleimpressioni" esaspera verve sperimentale e pretenziosità del gruppo,mescolando una improvvisazione in studio di mezz'ora con una tediosadeclamazione di Godano, in un testo impregnato di ira e desolazione. 

Houcciso paranoia, dai testi ancorauna volta forti, ricercati e appassionati di Cristiano Godano, è un compromessofra l'anima più melodica del gruppo e quella più inquieta. Se così alcunecanzoni appaiono assai più convenzionali e easy ("L'abitudine", "Una canzonearresa"), non mancano sprazzi di desolante alienazione, come nell'iniziale"L'odio migliore", e scampoli d'intenso lirismo (la struggente"Infinità"). 

Indubbiamente, però, affiorano i primi germi di unacontaminazione con un pop più di maniera e di facile consumo. Nessun calcolocommerciale, però, secondo la band. "Mi preoccupo solo che quello chefacciamo sia in qualche modo completo, che abbia un fondamento e, comecreazione, sia inattaccabile da più punti di vista", spiega Cristiano. Aconferma di ciò, i Marlene Kuntz hanno lasciato all'ascoltatore la scelta diacquistare o meno in allegato all'album anche l'inedito e sperimentale"Spore", con un sovrapprezzo di poche migliaia di lire. 

Con Checosa vedi, il loro viaggiocontinua. Un viaggio sempre in bilico tra rumorismo alla Sonic Youth e melodia,che li vede per certi versi vicini agli esperimenti degli italo-americani Blonde Redhead.Restano le stimmate del suono-Marlene. E i trenta secondi iniziali di"Cara è la fine" lo spiegano bene: ritmo incalzante, chitarregraffianti, voce sofferta. Rispetto al disco precedente, l'approcciocompositivo è cambiato, non ha paura di aprirsi alla melodia, da semprepresente nelle canzoni del gruppo piemontese, ma spesso nascosta sottol'aggressività delle chitarre. I Marlene non hanno perso la cura maniacale deidettagli (basti ascoltare le tastiere presenti nel disco, suonate da GianfrancoFornaciari), né il loro stile. Ma l'hanno trasferito su un terreno dove non eramai stato. Con esiti non sempre all'altezza delle aspettative.

Nelle tredici canzoni del disco si spazia da atmosfere più sature adaltre più rarefatte. E se i sussurri di "La canzone che scrivo perte", in duetto con Skin degli Skunk Anansie, possono legittimamentealimentare un senso di mollezza (e di noia), a colpire sono soprattutto itesti, in "murder ballads" come "Cara è la fine" o insemplici canzoni d'amore come "Malinconica", in cui Cristiano Godanodà il meglio di sé, confermandosi anche una delle voci più espressive delpanorama italiano. Nel complesso, però, la deriva pop è più che evidente ealiena ai Marlene le simpatie di molti fan della prim'ora. 

Senza Peso (2003) esprime sin dal titolo la contraddizioneinsita da sempre nella musica dei Marlene Kuntz: un senso di leggerezza("Nuotando nell'aria"...) contrapposto a un'idea di cupa gravità. Leloro sonorità si sono fatte quantomai secche e immediate, ma anche torbide edecadenti. Grazie anche alla produzione di Rob Ellis e Head, la band piemonteserispolvera scorribande rock degne dei tempi d'oro, come "Sacrosantaverità", "L'uscita di scena", "Con lubricità" e ilbuon singolo "A fior di pelle", alternate a ballate più tenui, come"Ci siamo amati" o "Schiele, lei, me". Il violino di WarrenEllis (Dirty Three) aggiungeun tocco di magia. E, a parte qualche imperdonabile banalità ("Ci sonoistanti/ che vivere è una merda..." in "A fior di pelle"), itesti di Cristiano Godano hanno raggiunto una notevole intensità poetica, traimmagini cupe e citazioni di rilievo (Schiele, Updike). Rispetto alla scivolatacommerciale del disco precedente, insomma, un piccolo passo avanti, che se nonriporta la band ai fasti degli esordi, se non altro allontana le nubi di unadegenerazione "stile-Litfiba" del loro sound . 

Un cambio di notevole importanza hacaratterizzato il periodo di transizione dal precedente album a Bianco Sporco(2005), e cioè l'abbandono tutt'altro che pacifico da parte di DanieleAmbrosoli, sostituito al basso da Gianni Maroccolo pochi mesi prima dellauscita del disco stesso. Il celebre bassista ex Litfiba e Csi ha così presoparte alle registrazioni dell'album affiancando Riccardo Tesio, CristianoGodano e Luca Bergia, con il supporto di Rob Ellis per quanto concerne gliarrangiamenti di tastiere e archi. L'ascolto di questo nuovo album confermaanzitutto che i Marlene degli esordi sono definitivamente scomparsi. Godano ecompagni appaiono vicini a quel cantautorato raffinato già lambito nel lavoroprecedente, anche se il loro stile non rinuncia a impennate di rock piùviscerale.
Sembra che il gruppo di Cuneo ancora non voglia decidere la stradada intraprendere, se rinunciare definitivamente a quei "fragori eschianti" degli esordi per percorrere la strada di un raffinato pop-rockimpreziosito dai delicati scambi e fraseggi di Godano e Tesio, oppure ricercareun fragile equilibrio tra le due istanze. Curiosamente, il titolo sembraricalcare questo dualismo insito nell'attuale musica del gruppo: bianca,nitida, pura e cristallina, ma capace ancora di produrre un rock sporco, duro, distorto.
L'album si apre con "Mondo cattivo", canzone abbastanza tirata checontiene quasi un avvertimento a chi si accinge ad ascoltare questo cd, unmessaggio a "quegli stronzi che non apprezzeranno mai", che non hannoapprovato la svolta sonora intrapresa con Che cosa vedi e proseguita tra lenote del discusso Senza peso. La voce di Godano trascina il pezzo, uno dei piùsegnati dall'influenza dei Sonic Youth, verso un finale strumentale in cuiemerge il basso di Maroccolo oltre aiconsueti dialoghi chitarristici dello stesso Godano e di Tesio. "A chisucchia" parte come un tranquillo pezzo pop per approdare a un finaleinaspettato. Stesso discorso valga per "Il solitario", che si evolvein un'atmosfera distorta e chiassosa. I Marlene non rinunciano a esserecattivi, ma ora lo fanno con estrema classe e purezza, mancando peròdell'ispirazione, del "fuoco sacro" che animava i loro primi lavori."Bellezza", il singolo che ha anticipato l'uscita dell'album,presenta un violino che rimanda alla musica dei Dirty Three e unritornello che è quasi un manifesto delle scelte espressive di Godano e soci,caratterizzate da una perenne ricerca della raffinatezza estrema."Poeti", forte di un testo notevole, è tra i pezzi miglioridell'album ed è seguita da una infernale "Amen", dotata di un pathosche rimanda con le dovute proporzioni alle atmosfere di "Ape Regina"."La lira di Narciso" sfugge alla consueta struttura di molte canzonipresenti in questo disco, anche grazie alla presenza di una parte narrata cheriporta a brani come "La vampa delle impressioni", e"Vortice", ovvero alcune delle vette "sperimentali" dellaband. "L'inganno" richiama nelle parti strumentali trame slocore (Codeine) e post-rock (Mogwai). Degna di nota anche "La cognizione deldolore", liberamente ispirata all'opera di Gadda, in cui Godano urla conforza le strofe, fino a un finale che ricorda vagamente quello dell'epica"Nuotando nell'aria". Il disco si chiude con "Nel peggio",brano estremamente tirato, che trova una calma apparente nel finale. 

Lecanzoni tendono ad appiattirsi quasi tutte sulla stessa struttura, rinunciandoin buona parte a quelle ambizioni sperimentali che non mancavano neanche in Senzapeso, basti pensare a una tracciacome "Spora 101". 
Forse tutto ciò è un chiaro indizio di quello chesarà il suono dei prossimi Marlene, o forse no.

Con il successivo Uno (2007) laband di Cuneo che approda a un rock dal taglio nettamente autoriale, eppureoscuro o comunque elaborato, sonoramente ricco di sfaccettature. Un disco didisequilibri, in cui si osa su tutto, a partire dalla voce, dal mezzo falsettoevocativo di "Canto", un uso deliberatamente improprio del mezzo,dalla resa comunque accettabile. Proprio la traccia d'apertura è uno degliesperimenti più arditi, batteria vagamente jazz, colpi di cristalli,chitarrismo teso e involuto, lavorìo infinito di Marroccolo al basso,controcori e un inciso affatato e quasi lirico. Risultato gradevole, portato acompimento nella successiva "Musa", brano più pop che rock, luminosaode che s'avvale del pianoforte di Paolo Conte.
Da "111" iniziano a emergere dubbi sullafattibilità e riuscita del progetto. Canzone a due facce, prima parte conchitarrismo lento e avvolgente, seconda con esplosione di suono violento, pococonvincente in ambedue i versanti. "La ballata dell'ignavo", gonfiataeccessivamente dall'orchestrazione, e la mielosa "Canzone sensuale"sono i vertici di pathos romantico, ma anche i brani resi peggio. 
Meglio,molto meglio, quando i Marlene si caricano di stranezze, come nell'atmosfera far-west su cupi cerchi di chitarra di "Fantasmi",con gli sgraziatissimi ululati di controcoro e la carica elettrica del finale.Il corpo centrale paga però l'ulteriore dazio dei troppi brani minori, magarinon riempitivi in senso stretto, ma sicuramente non brillanti (l'onirica"Abbracciami"; i giochi di ralenti e ripartenze di "Sapore di miele"; latenerezza sfuocata di "Canzone ecologica"). Per ritrovare uno spuntosignificativo bisogna finire in orbita Csi, con la titletrack, tradizionale rock-song epica con inciso e muro chitarristico efficaci.
Discoatipico e coraggioso, con una solida idea di fondo, tanto lavoro e tanta buonavolontà, Uno non riesce atradurre le voglie in adeguate canzoni compiute, riuscendo piuttosto solo a farintuire, a tratti e a livello di atmosfera, il valore che aspirava araggiungere.

Contributi di Francesco Paolo Conteduca ("Biancosporco"), Ciro Frattini ("Uno")

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