NOTWIST

notwist
29/09/2008 21:30
29/09/2008 23:30
Ingresso: 
posto unico euro 15 + d.p

Partire dall'hardcore, evolversi e arrivare ad essere inseriti fra i principali membri del nuovo krautrock. Potrebbe apparire un tragitto curioso e apparentemente illogico, ma se lo pensate non avete mai ascoltato i Notwist dei fratelli Acher. Il loro primo album omonimoera un violento viaggio in dimensioni punk non distanti dal metal, mentre con il recente Neon Golden è una malinconica dolcezza a dominare, all'interno di sonorità che sfiorano l'indie-pop e l'elettronica per addentrarsi in vaghi territori post-rock. E senza rinnegare nulla del passato: anzi, è facile, durante i loro concerti, fare un vero e proprio tuffo indietro nel tempo, spiegato in questo modo dal gruppo: "Dopo aver registrato un album in maniera lunga e minuziosa avevamo bisogno di mettere l'amplificatore al massimo e ritrovare sul palco l'urgenza dei nostri anni punk. Inoltre è importante dimostrare che non siamo una band pop e rivendicare le nostre radici di vecchi punk".

Mai dimenticare le origini: sembra questo il messaggio che vogliono dare Markus Acher, suo fratello Micha, Martin Messerschmid e Martib Gretschmann, i quattro elementi della band. Non dimenticare il passato, certo, ma nemmeno restare ancorati a limitanti pregiudiziali e avere un grande coraggio nello sperimentare nuovi tragitti. In fondo, è questa la principale caratteristica dei Notwist, rintracciabile in ogni tappa di un percorso che ha, inevitabilmente, influenzato molte delle altre formazioni tedesche in qualche modo riferibili al gruppo madre. Lo sperimentalismo post-rock dei Village Of Savoonga e il free jazz dei Tied & Tickled trio (in entrambi sono presenti i fratelli Acher), oppure la fascinosa musica dei Lali Puna (in questo caso il solo Markus): queste i principali combi direttamente collegati ai Notwist, ma altre formazioni dell'area tedesca, tra cui i Mina con cui Micha ha collaborato per il recente "Expanded", hanno concreti rapporti con i quattro.

Se oggi questo appare scontato, non era così all'inizio degli anni '90, quando uscì Notwist. Violento e potente, sintetizzava una visione hardcore del metal ed ebbe un successore simile, ma non identico, in Nook, in cui veniva lentamente abbandonato l'aspetto più duro del suono, pur restando affine a certi ambienti hardcore. Il primo cambiamento reale avviene nel 1995, con 12: un lavoro grezzo, molto indie nell'impostazione e con alcuni lontani accenni all'indirizzo musicale che verrà sviluppato negli ultimi due dischi. Con Shrink, nel 1998, la scelta definitiva: "Shrink ha rappresentato una svolta. Avevamo detto ormai tutto quello che si poteva dire con le chitarre urlanti. Gli elementi pop si sono fatti predominanti e così abbiamo cercato di integrare le sonorità che amavamo di più senza preoccuparci dell'immagine che avevamo o dei gusti del pubblico". Forse sottovalutato (rispetto a Neon Golden sicuramente), Shrink diventa un disco fondamentale per le sonorità della nuova Germania e per i Notwist stessi.

Le coordinate sono ormai chiare: l'elettronica non è solo un'occasionale intrusione, ma diventa un chiaro marchio di fabbrica, alternato a digressioni rock/pop. Si arriva così a Neon Golden e a un successo inatteso. Le definizioni si sprecano, perché è arduo catalogare un album simile: melodia e improvvisi schizzi folli, istanti blues e minimali beats elettronici, echi post e altri folk, con una perenne sensazione sulfurea sullo sfondo. I dieci episodi del disco alternano emozioni differenti, anche se dominate da una leggera e gradevolissima malinconia, senza mai apparire dispersivi o derivativi.

"In Neon Golden - raccontano i Notwist - il blues è un elemento molto importante. Come è importante il dub che circonda un pezzo come 'Pilot', anche se non lo si può definire dub in senso stretto. Oppure 'Solitaire', che è stato mixato in seguito all'ascolto di una vecchia canzone dei Beatles. I brani veicolano sensazioni, cerchiamo sempre di creare stati d'animo senza necessariamente riprendere nei particolari più tecnici determinati stili musicali. Non vogliamo emulare". Ed è questo che affascina, la semplice personalità, precisa ma mai eccessiva, che ha raggiunto la formazione tedesca.

Spesso minimali, le trame si basano su campionamenti e archi, su fiati e beat elettronici intriganti. Le impressioni generate sono simili a sussurri, non si sente alcun bisogno di urla e grida rabbiose. Dalla semplicità accattivante di "Pilot" alla incessante sensualità di una "This Room" che potrebbe ricordare i Radiohead post-"Kid A", non si riescono a individuare episodi minori: tutti e dieci le tracce racchiudono schizzi di una spontanea e sincera genialità. "Pick Up The Phone" penetra velenosamente in chi l'ascolta, racchiudendo al suo interno un elettronica ricercata e schegge classicheggianti, mentre la title track testimonia con quale attenzione la band tedesca abbia ascoltato e rielaborato l'animo più puro del country a stelle e strisce. Un'ammaliante sintesi, insomma, della musica del nuovo secolo.

Poi, un lungo silenzio, inframezzato da una serie di progetti paralleli. Fino al fatidico 2008. Dieci anni dopo Shrink, e sei dopo Neon Golden, il suggello, la pietra miliare di un modo del tutto personale di interpretare l’elettronica attraverso il rock.
Attorno a questo gruppo, un faro acceso a illuminare il panorama del pop tedesco ma non solo (per conferma, chiedere ai Radiohead), ne sono nati un’altra miriade, collegati a vario titolo all’esperienza dei fratelli Acher. Side project di lusso (Lali Puna, il più celebre) ed etichette che hanno forgiato uno stile, suggerito una prospettiva (Morr Music). Cose importanti, insomma, che hanno ridato lustro alla musica teutonica, aggiornando in qualche modo i fasti del kraut-rock.

E’ dunque pleonastico sottolineare l’attesa che accompagnava The Devil You + Me (2008). Eppure, il disco appare bloccato su canoni sin troppo consolidati, giocato su contrasti tra folk elettrico ed elettronica, a metter così l’accento sul marchio di fabbrica, ma per lo più abdicando dal formato pop che aveva connotato il predecessore.
Se l’eccezione è data dall’iniziale “Good Lies” (forse non a caso, il singolo), molti degli svolgimenti successivi vertono su abbozzi elettronici veicolati da voce e chitarra che puntano all’effetto atmosfera inserendo accenni di tonalità inusualmente oscure. Ma per raggiungere lo scopo, si attinge a piene mani da sonorità tanto udite in questo decennio da superare la soglia dell’auto-citazionismo fuori tempo massimo, mentre la pretesa oscurità, non suffragata da soluzioni vocali realmente ispirate, si tramuta presto in tedio.
Così il ricercato minimalismo scivola in un vuoto che non si comprende come colmare (“Where In This World”), i flebili pattern ritmici diventano la foglia di fico d’intenzioni che restano incompiute (la title track), e gli arpeggi di chitarra restituiscono una curiosa, ma per nulla gradevole, sensazione d’intercambiabilità fra un brano e l’altro. Anche nei rari casi in cui i bpm abbandonano l’indolenza, come in “Boneless” e “Gravity”, non si coglie il valore aggiunto rispetto ad analoghe costruzioni già a suo tempo esibite dai Ms. John Soda o dai Lali Puna. Una delusione, insomma, a tutti gli effetti.

Contributi di Marco Bercella ("The Devil You + Me")

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